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«IMPRENDITORIA PRIVATA E INTERVENTO PUBBLICO TRA LE DUE GUERRE ABSTRACT - The relationship between city and industry has been, in one way or another, ...»

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ANDREA BONOLDI

IMPRENDITORIA PRIVATA E INTERVENTO

PUBBLICO TRA LE DUE GUERRE

Abstract

- The relationship between city and industry has been, in one way or

another, one of the main elements of the urban identity of Rovereto. This contribution attemps to analyse the local industrial sector in the inter-war period, focusing

especially on the correlation between the economic policy of the city administration and the economic development of the area.

KEY WORDS - Industry, City, Development, pubblic intervention.

RIASSUNTO - Il rapporto tra attività industriali e città è stato, tra luci e ombre, uno degli elementi caratterizzanti dell’identità urbana roveretana. Il saggio analizza brevemente la situazione del settore secondario locale tra le due guerre, prestando particolare attenzione ai nessi tra la politica economica delle amministrazioni comunali e i processi di sviluppo.

PAROLE CHIAVE: Industria, Città, Sviluppo, Intervento pubblico.

La storia dell’industria roveretana è stata, tra le due guerre, quella di una faticosa rincorsa a una vocazione manifatturiera della città, per alcuni versi forse più presunta che reale, in un contesto economico generale non certo facile (1). Il punto di partenza, il mito fondante di questa visione industrialista dello sviluppo urbano, sta nell’età dell’oro del setificio, tra Settecento e metà Ottocento, quando dai filatoi lungo il Leno usciva un prodotto che trovava unanime apprezzamento sui mercati, grazie alla sua elevata qualità (2). La Rovereto dell’epoca aveva sì una sua caratterizzazione manifatturiera, con un buon numero di imprese attive e un’occupazione nel settore piuttosto consistente, ma (1) Diversi aspetti della vita politica, economica e sociale di Rovereto tra le due guerre sono trattati ora in LABORATORIO DI STORIA DI ROVERETO 2000.

(2) Sull’argomento la letteratura è ormai classica. Si vedano in particolare LEONARDI 1984, LEONARDI 1985, GHIRINGHELLI 1984.

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in un contesto che era pur sempre segnato da un modo di produzione tipico dell’antico regime, dove il settore secondario non aveva ancora la capacità di pervadere e condizionare i rapporti economici e sociali, i modelli di vita, la mentalità che avrebbe avuto in seguito con il processo di industrializzazione. Inoltre, come è già stato messo in luce da diversi studi, il setificio roveretano dell’epoca, per quanto capace di produrre un valore aggiunto notevolissimo, conteneva in nuce alcuni fattori di debolezza, che al manifestarsi dei momenti di crisi e regresso del settore ne avrebbero accelerato il declino (3). Tra questi la specializzazione pressoché esclusiva nelle prime fasi di lavorazione della materia prima, una propensione all’innovazione che da un certo punto in avanti pare ridursi in modo consistente, una tendenza dell’imprenditoria locale a esaurire la propria esperienza nei limiti di quello che è stato definito un «ciclo breve», per il quale non appena avesse raggiunto un certo livello di agiatezza e di benessere, l’imprenditore cedeva l’attività per condurre uno stile di vita ricalcato su modelli aristocratici. Ciò naturalmente comportava un enorme dispendio di ricchezza, tanto in termini di capitale finanziario, non più reinvestito in attività produttive ma impiegato essenzialmente in consumi e in simboli di stato, quanto di capitale umano (4), come dimostrato anche dalla quasi totale assenza di dinastie imprenditoriali a Rovereto. La crisi indotta dalla malattia del baco a metà Ottocento, il ridisegnarsi dei mercati internazionali, l’avvento di tecniche e modalità di produzione innovative colsero dunque il setificio roveretano in una situazione di debolezza, trovandolo incapace di reagire creativamente alle difficoltà e di riconvertire le risorse disponibili verso processi e prodotti più adeguati all’evoluzione della domanda sul mercato mondiale.

Con gli ultimi decenni dell’Ottocento, quando ormai, data anche la difficile congiuntura che stava attraversando tutta l’economia europea, il setificio roveretano andava maturando il proprio declino e l’imprenditoria locale non sembrava in grado di reagire alla situazione, fu l’ente pubblico, ovvero l’autorità municipale a proporsi con funzioni suppletive per promuovere un rilancio del settore manifatturiero. E fu negli anni a cavallo del secolo, in particolare nel periodo podestarile di Valeriano Malfatti (5), che prese piede un modello di sostegno pubblico alle attiLEONARDI 1986, LEONARDI 2001.

(4) Su alcuni aspetti della formazione del capitale umano a Rovereto tra Otto e Novecento BONOLDI 2001.

(5) Vice Podestà nel triennio 1879-1882, Consigliere comunale nel triennio 1883Podestà dal 1886 al 1915 e sindaco ancora dal 1918 al 1922. Cfr. «Bollettino statistico annuale – Comune di Rovereto», anno XVII – 1923, pp. 81-85.

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vità manifatturiere che, sebbene con qualche aggiustamento, sarebbe stato ripreso in seguito dalle diverse amministrazioni prima comunali, poi regionali e provinciali fino ben dentro alla seconda metà del XX secolo. Comune quello che pare essere stato in generale l’obiettivo degli interventi: garantire un certo livello di occupazione manifatturiera, in un’area che si riteneva storicamente destinata a tale attività. Comuni in gran parte metodi e pratiche per raggiungere l’obiettivo: in mancanza di un apporto sufficiente da parte dell’imprenditoria locale, richiamare operatori dall’esterno, mediante la concessione di tariffe agevolate per la fornitura di acqua, gas, energia elettrica, la cessione o l’affitto a condizioni di favore di terreni o immobili a destinazione industriale, consistenti riduzioni delle imposte e dei tributi comunali, interventi diretti per la concessione di contributi e prestiti. Ma comune fu, in generale, anche la mancanza di una chiara visione di quello che sarebbe potuta essere una politica industriale capace di dar luogo a processi di crescita e sviluppo in grado di autoalimentarsi e perpetuarsi nel tempo.





La scelta delle imprese da agevolare non fu quasi mai attuata tenendo conto degli effetti diffusivi di lungo periodo che la loro presenza avrebbe potuto avere sul territorio, o sulla possibilità di creare sinergie di crescita con altre attività già presenti. In generale è parsa prevalere un’ottica di breve periodo, una sorta di navigazione a vista che, privilegiando proposte che sembravano garantire elevati livelli occupazionali, non teneva però adeguatamente conto della capacità dell’industria di radicarsi sul territorio, di tener testa a fenomeni di crisi, di favorire, per la creazione di un indotto o per il trasferimento di capacità imprenditoriali, tecnologie e abilità professionali, la nascita di nuove imprese. In diversi casi si sarebbe verificato dunque un modello di localizzazione industriale nel quale la presenza di sostanziose agevolazioni da parte del comune e di una certa abbondanza di manodopera sembrava far premio su qualsiasi altra considerazione. Non mancarono così aziende dipendenti da centri decisionali situati altrove, pronte a ridurre la loro attività al primo manifestarsi di fenomeni di crisi, dopo aver goduto di sostanziosi sostegni pubblici, secondo uno schema che a partire dall’auspicato «risorgimento economico» di fine Ottocento, passando per le iniziative del podestà Defrancesco negli anni ’20 e la «teoria dello spendibile» dell’amministrazione Veronesi nel dopoguerra pare giungere fino alla crisi degli anni ’70 (6).

Rovereto presentava pur sempre, oggettivamente, alcune precise convenienze localizzative. Posta sull’asse del Brennero, dunque sulla linea di (6) BORZAGA 1975, GOGLIO 1987, LEONARDI 1986.

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collegamento tra due delle aree economicamente più significative d’Europa, quali la pianura padana e la Germania meridionale, dotata di notevoli risorse idriche ed energetiche e di una certa disponibilità di manodopera avrebbe forse potuto promuovere piani di sviluppo più organici e lungimiranti. D’altro canto non bisogna esagerare nel puntare il dito controle amministrazioni pubbliche, il cui impegno a favore dell’economia locale fu in alcune fasi assai intenso. Se ex-post risulta facile proporre delle considerazioni in merito all’adeguatezza o meno degli interventi a sostegno dello sviluppo, bisogna tener conto che almeno fino agli anni ’50 tanto la teoria economica, quanto gli strumenti di intervento politico disponibili risultavano piuttosto carenti in questo senso, tanto più in un contesto storico-economico oggettivamente difficile. Senza dimenticare, peraltro, come in assenza di un tessuto imprenditoriale e produttivo locale, capace di proporre autonome dinamiche di crescita, l’intervento pubblico risulti spesso destinato al fallimento. Nel venire finalmente all’oggetto del presente contributo, ovvero alle vicende dell’industria roveretana tra le due guerre, non si può trascurare il fatto che i condizionamenti posti da fattori contingenti, quali gli effetti della prima guerra mondiale, la politica deflazionistica attuata dal regime fascista partire dal 1926, la crisi economica mondiale che prese il via nel ’29, le contraddizioni in genere della politica economica fascista non contribuirono certamente ad agevolare i processi di sviluppo dell’area.

LE CONSEGUENZE I GUERRA MONDIALE DELLA

Come detto, gli anni a cavallo tra Otto e Novecento avevano visto sorgere, accanto ad attività manifatturiere già radicate sul territorio, come ad esempio la cartiera Jacob, o il caso affatto particolare del più grande stabilimento locale, significativamente un’azienda pubblica come la Manifattura Tabacchi, una serie di medie imprese attratte in parte dalle agevolazioni promosse dal comune. Sorsero dunque anche grazie all’intervento pubblico le tessiture meccaniche di seta Schuh di Vienna (1898), Egidio e Pio Gavazzi di Milano (1906) e Schröder di Zurigo (1884), il cotonificio Zallikoper poi Fellemberg (1882), una fabbrica di cuoio, la fabbrica di merletti a macchina Fenkhart e Heinzle (1882), una fabbrica di cioccolata, una di cappelli, la fabbrica di nastri di seta Kargl (1901) etc. Tra queste è interessante notare come quelle più innovative e a maggior contenuto tecnologico fossero di provenienza esterna, come ad esempio la fabbrica di lampadine, prima Z poi «Edison» del milanese Clerici, la fabbrica di concimi chimici «Bruto

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Poggiani» (7), o le tessiture meccaniche, mentre è significativo di una certa passività dell’ambiente il fatto che gli imprenditori locali fossero impegnati in produzioni meno innovative, come molini, pastifici, cantine vini, segherie e la fabbrica di birra Maffei (8). Il fatto di trovare operativi in questo periodo imprenditori provenienti dalla Svizzera, da altre aree dell’Impero asburgico, dalla Lombardia si spiega con la volontà di questi di ampliare i propri mercati, in un periodo, quello della belle époque, di notevole sviluppo economico per tutta Europa. In questo contesto le agevolazioni concesse dal comune erano riuscite a promuovere la localizzazione di diverse imprese industriali, sempre però senza un piano organico di coordinamento. L’ottimismo espresso in questo periodo degli amministratori comunali in merito alle possibilità di sviluppo del settore secondario in città si basava anche sulla spinta che sarebbe dovuta provenire dagli investimenti attuati nel settore idroelettrico. La disponibilità di energia a basso costo avrebbe dovuto costituire un’attrattiva rilevante per nuovi impianti industriali. Le vicende dell’impegno del comune di Rovereto nella produzione e distribuzione di energia sono trattate nel contributo di Claudio Pavese in questo stesso volume; qui si lasci soltanto avanzare l’ipotesi che gli investimenti nel settore e le agevolazioni in termini di prezzo concesse ad alcune imprese non abbiano avuto le ricadute sperate sul fronte della produzione e dell’occupazione gravando, a tratti in modo piuttosto consistente, sui bilanci comunali. In che misura, lo si vedrà più avanti.

Ora invece interessa soffermarci brevemente sugli effetti che il primo conflitto mondiale ebbe sulla manifattura roveretana.

Prima ancora che fosse dichiarata ufficialmente la guerra, Rovereto era già al fronte, e il 26 maggio del 1915 fu dato l’ordine di sgombero della città. Tra requisizioni militari, saccheggi veri e propri e distruzioni dovute ai bombardamenti, tre anni e mezzo di guerra provocarono danni ingentissimi al patrimonio industriale roveretano, con la distruzione di edifici e impianti e l’asportazione di macchinari e scorte (9). Da (7) La Bruto Poggiani & C. di Verona eresse la fabbrica in prossimità della stazione ferroviaria, grazie all’apporto di capitale roveretano e al sostegno offerto dal comune con l’esenzione dalle imposte e la fornitura agevolata di forza motrice. Nel 1903 l’azienda fu rilevata dalla S. A. Unione Italiana Concimi, che nel 1920 fu assorbita a sua volta dalla Montecatini. Cfr. BONORA 1941a, ff. 14-15.

(8) DEFRANCESCO 1941, pp. 114-115, BONOLDI 2001, pp. 289-290.

(9) Diversi macchinari delle industrie roveretane erano stati confiscati dall’esercito austroungarico, ed erano stati impiegati tra l’altro nelle officine militari della decima e undicesima armata. Già negli ultimi giorni di guerra il comune di Rovereto si mosse per impedire che i macchinari fossero alienati a terzi. Cfr. BONORA 1918, f. 3.

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una statistica del 1924 si rileva come dopo il conflitto non avessero più ripreso l’attività diversi opifici importanti (tab. 1).



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